Oggi parliamo di innovazione, tecnologia e crowdfunding  con Luciano Canova, economista ed autore di “Pop economy: #Gamification #Crowdfunding #Big Data”.

 

 

 

Cosa ti ha portato a scrivere questo libro?canova-luciano

“È un momento molto interessante per le scienze sociali. Attualmente ci sono trend nell’innovazione, anche sociale, che sono entrati a far parte della quotidianità e del nostro gergo, spesso senza che se ne conoscano gli effetti reali sulle nostre vite. L’idea era quella di fare un “manualetto” che possa portare a conoscere praticamente questi strumenti che possono davvero migliorare le nostre vite. L’obiettivo è anche quello di sdoganare la negatività con cui l’innovazione tecnologica viene salutata – perlomeno in Italia. Spesso la tecnologia è vista come qualcosa di negativo in sè per sè; essa è uno strumento, cosa poi se ne faccia di questo strumento è tutta un’altra faccenda”.

 

Dato che il tuo libro tratta l’argomento: hai avuto esperienze dirette nel crowdfunding?

“Ho avuto esperienza di cogestione di una campagna di crowdfunding per finanziare una collana editoriale. L’idea era di lanciare una collana di libri di narrativa che avessero a che fare con la matematica. Volevamo lanciare la campagna di crowdfunding (che venne successivamente intitolata “Gauss Party”) ed avvalerci di questo strumento non solo per raggiungere l’obiettivo monetario finale ma anche per costruire una comunità di lettori e di “azionisti” della collana. Infatti il crowdfunding è uno strumento utilissimo per progetti di natura creativa, che tradizionalmente non riescono ad accedere a linee di credito tradizionali. Se invece si interpreta il crowdfunding come panacea d’ogni male, si capisce piuttosto come in alcuni ambiti specialmente pubblici la finanza tradizionale ricopra ancora un ruolo primario”.

 

Parliamo del rapporto tra università e mondo dell’innovazione tecnologica e del crowdfunding. A volte si ha l’impressione che il mondo universitario e accademico se ne stia a “guardare” – limitandosi ad analizzare a posteriori – mentre imprese ed individui innnovano e  creano  a velocità apparentemente irraggiungibili. Insomma, a parte alcune eccezioni, pare che l’università  non riesca a tenere il passo con la capacità innovativa dell’impresa di oggi. È così secondo te? E cosa si può fare per invertire questa tendenza?

“In realtà io sono piuttosto ottimista, anche in campo accademico queste innovazioni stanno prendendo piede. L’università di Pavia, ad esempio, ha una sua piattaforma di crowdfunding per finanziare progetti di ricerca scientifica. Ci sono diverse esperienze di università ed istituzioni pubbliche che iniziano a cogliere l’importanza di questi strumenti. Poi, questo rappresenta chiaramente il “collo alto” della bottiglia, di chi cioè si pone alla frontiera di questi cambiamenti. C’è tutto un mondo inerziale che è ancora rigido  ed insensibile a questi cambiamenti; ma non credo sia un problema unicamente dell’accademia; è come se il Paese fosse spaccato a metà, tra un Paese che abbraccia questi cambiamenti e un Paese che resiste. E sul come abbattere questa inerzia…sicuramente è uno dei temi più affascinanti degli ultimi anni dal punto di vista della ricerca in campo sociale. Io credo che sussista un elemento culturale radicato profondamente che rende difficile il cambiamento, oltre ad una peculiare tendenza della popolazione italiana a deresponsabilizzarsi in ambito personale…che poi si traduce inevitabilmente in una deresponsabilizzazione in ambito pubblico. La fiducia è il collante essenziale di strumenti come il crowdfunding o la sharing economy; se un paese presenta bassa fiducia, l’implementazione di queste innovazioni trova forte resistenza. Io rimango ottimista: credo sia inevitabile che il cambiamento in atto, data la potenzialità dirompente di queste tecnologie, divenga endemico”.

 

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Il crowdfunding è uno strumento strettamente legato all’imprenditorialità, dati i benefici che può apportare a nuove attività se utilizzato adeguatamente. L’Italia – e i giovani soprattutto – hanno bisogno come non mai di credere nelle proprie potenzialità e nella capacità di realizzarle. Cosa consiglieresti a chi ha qualche sogno nel cassetto ma non si è ancora deciso a “buttarsi” e, perché no, ad affidarsi al crowdfunding per la realizzazione dei propri progetti?

 “Fallimento in Italia è una parola che in Italia viene salutata con una connotazione negativa. Il fallimento è una possibilità: non deve avere l’aurea di qualcosa di improbabile o diverso da altre opzioni. Non a caso nel mondo delle startup è un’esperienza quasi inevitabile durante i primi tentativi, ed un requisito necessario per innovare ed arrivare all’idea giusta tramite una serie di iterazioni e tentativi. Non dobbiamo averne paura e viverlo come un giudizio morale”.

 

Come si evolveranno questi strumenti nel futuro?

“Sicuramente stiamo assistendo ad un’evoluzione stupefacente dei modelli di economia collaborativa come crowdfunding e sharing economy che sono destinati ad affermarsi sempre più nelle nostre vite. Dobbiamo tuttavia stare in guardia: le possibilità offerte da queste tecnologie non devono contribuire a quello che è il tarlo degli ultimi vent’anni di economia globale: l’aumento della disuguaglianza. Il rischio è che si generi una sperequazione sempre maggiori tra pochi colossi tecnologici globali e un universo di piccoli “agenti” che si arrabattano lavorando per queste piattaforme per sbarcare il lunario. Conta moltissimo il ruolo dello stato: l’intervento pubblico dev’essere maggiore di prima, così come la regolazione, per garantire che ci sia una distribuzione delle opportunità paritaria. Questo è un ambito in cui dobbiamo cercare di diventare più protagonisti come cittadini: padroni delle nostre informazioni, dei nostri dati e liberi di dire la nostra”.

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